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L' invenzione della natura.

06/11/2022
Epilogo del libro "L' invenzione della natura. Le avventure di Alexander Von Humboldt, l'eroe perduto della scienza" di Andrea Wulf
Alexander von Humboldt è stato ampiamente dimenticato nel mondo di lingua inglese. Fu uno degli ultimi intellettuali eclettici e morì in un’epoca in cui le discipline scientifiche si andavano consolidando in campi strettamente delimitati e più specialistici. Conseguentemente, il suo approccio più olistico – un metodo scientifico che, accanto a dati concreti, includeva arte, storia, poesia e politica – non godeva più di grandi simpatie. All’inizio del ventesimo secolo, c’era poco spazio per un uomo le cui conoscenze avevano spaziato tra un’ampia gamma di materie. A mano a mano che s’inoltravano nelle loro strette sfere di competenza, dividendosi e suddividendosi, gli scienziati perdevano i metodi interdisciplinari di Humboldt e la sua concezione della natura come forza globale.
Uno dei più grandi meriti di Humboldt era stato quello di rendere la scienza popolare e accessibile a tutti. Tutti impararono qualcosa da lui: coltivatori e artigiani, alunni e insegnanti, artisti e musicisti, scienziati e politici. Nel mondo occidentale non c’era libro di testo o atlante in mano ai bambini che non fosse stato influenzato dalle idee di Humboldt – dichiarò un oratore a Boston nel 1869 durante le celebrazioni del centenario della sua nascita (1). Diversamente da Cristoforo Colombo o Isaac Newton, Humboldt non scoprì un continente né nuove leggi della fisica. Non era famoso per un fatto o una scoperta specifica, ma per la sua visione del mondo. La sua concezione della natura è penetrata come per osmosi nelle nostre coscienze. È come se le sue idee avessero assunto una tale visibilità da rendere invisibile l’uomo che vi stava dietro.
Un’altra ragione per cui Humboldt è scomparso dalla nostra memoria collettiva – almeno in Gran Bretagna e negli Stati Uniti – è il sentimento anti-tedesco che si sviluppò con la Prima gerra mondiale. Non sorprende che uno scienziato tedesco non fosse più popolare in un paese come la Gran Bretagna in cui persino la famiglia reale dovette cambiare il suo cognome dal suono troppo tedesco, “Sachsen-Coburg und Gotha”, in “Windsor” e in cui la musica di Beethoven e di Bach non si suonava più. In maniera analoga, negli Stati Uniti, quando il Congresso votò l’entrata in guerra nel 1917, gli americani di origine tedesca cominciarono d’un colpo a essere linciati e vessati. A Cleveland, dove cinquant’anni prima migliaia di persone erano sfilate nelle strade per la celebrazione del centenario della nascita di Humboldt, i libri tedeschi vennero bruciati in un pubblico falò (2). A Cincinnati tutti i libri tedeschi vennero rimossi dagli scaffali della biblioteca pubblica e “Humboldt Street” fu ribattezzata “Taft Street” (3). Entrambe le guerre mondiali del ventesimo secolo proiettarono lunghe ombre e né la Gran Bretagna né l’America erano più luoghi adatti a onorare una grande mente tedesca.
Ma perché dovremmo occuparcene? Negli ultimi anni, tante persone mi hanno chiesto perché m’interessavo di Alexander von Humboldt. A questa domanda si potrebbe rispondere in tanti modi, perché tanti sono i motivi per cui Humboldt resta un personaggio importante e affascinante: non solo la sua vita è stata pittoresca e piena di avventure, ma la sua storia spiega perché noi vediamo la natura nella maniera in cui oggi la vediamo. In un mondo in cui si tende a tracciare una linea netta tra le scienze e l’arte, tra ciò che è soggettivo e ciò che è oggettivo, l’intuizione di Humboldt che si possa veramente capire la natura soltanto usando l’immaginazione fa di lui una mente lungimirante.
I discepoli di Humboldt, e poi a loro volta i loro discepoli, hanno portato avanti il suo lascito – senza strepito, con acume e talvolta senza volere. Ambientalisti, ecologisti e quanti scrivono sulla natura oggi restano saldamente legati alla visione di Humboldt – benché molti non ne abbiano mai sentito neanche parlare. Non importa: Humboldt è il loro padre fondatore.
Ora che gli scienziati cercano di capire e fare previsioni sulle conseguenze globali del cambiamento climatico, l’approccio interdisciplinare di Humboldt alla scienza e alla natura acquista più rilevanza che mai. I principi in cui credeva, come il libero scambio di informazioni, la necessità di unire gli scienziati e intensificare la comunicazione tra le diverse discipline, oggi soni i capisaldi della scienza e il suo concetto di natura come sistema globale è alla base del nostro pensiero.
Uno sguardo all’ultimo rapporto del Panel intergovernativo delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (IPCC) del 2014 mostra proprio quanto abbiamo bisogno di una prospettiva humboldtiana. Il rapporto, prodotto da oltre 800 scienziati ed esperti, afferma che il riscaldamento globale avrà “conseguenze gravi, pervasive e irreversibili per la popolazione e gli ecosistemi” (4). Le intuizioni di Humboldt sulla stretta connessione tra le questioni sociali, economiche e politiche e i problemi ambientali rimangono sorprendentemente attuali. Come diceva il coltivatore e poeta americano Wendell Berry: “Di fatto non c’è distinzione tra il destino della terra e il destino delle persone. Quando uno viene sottoposto a violenze, l’altro ne soffre”
O ancora, come afferma l’attivista canadese Naomi Klein in This Changes Everything (2014), il sistema economico e l’ambiente sono in guerra. Proprio come Humboldt si era reso conto che le colonie fondate su schiavitù, monocoltura e sfruttamento creavano un sistema fatto di ingiustizia e disastrosa devastazione ambientale, così anche noi dobbiamo capire che forze economiche e cambiamento climatico sono parte dello stesso sistema.
Humboldt parlava di “danno prodotto dal genere umano che disturba l’ordine naturale della natura” (6). Nella sua vita ci furono momenti in cui era così pessimista da raffigurare il fosco futuro dell’espansione finale del genere umano nello spazio, quando gli uomini avrebbero sparso in altri pianeti la loro letale miscela di vizio, avidità, violenza e ignoranza. La specie umana sarebbe capace di rendere “desolate” e di “devastare” anche quelle stelle lontane (7), scriveva Humboldt nel lontano 1801, così come già stava facendo con la terra.
È come se avessimo chiuso il cerchio. Forse ora è il momento, per noi e per il movimento ambientalista, di rivendicare Alexander von Humboldt come il nostro eroe.
Goethe paragonò Humboldt a una “fontana con tante cannelle da cui fluiscono all’infinito rivoli rinfrescanti e noi non dobbiamo fare altro che mettervi sotto i nostri recipienti” (8).
Credo che quella fontana non si sia mai prosciugata.
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1. Louis Agassiz, 14 settembre 1869, New York Times, 15 settembre 1869.
2. Riportato dal New York Times del 4 aprile 1918, Nichols 2006, p. 409; centenario di Cleveland, New York Herald, 15 settembre 1869.
3. Nichols 2006, p. 411.
4. IPCC, Fifth Assessment Synthesis Report, 1 novembre 2014, p. 7.
5. Wendell Berry, “It all Turns on Affection”, Jefferson Lecture 2012, http://www.neh.gov/about/awards/jefferson-lecture/wendell-e-berry-lecture.
6. AH, febbraio 1800, AH Venezuela 2000, p. 216.
7. AH, 9-27 novembre 1801, Popayán, AH Lateinamerika 1982, p. 313.
8. Goethe a Johann Peter Eckermann, 12 dicembre 1826, Goethe e Eckermann 1999, p. 183.